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“Visto si stampi” di Gabriele Sabatini

Prima di parlare di Visto si stampi. 9 vicende editoriali di Gabriele Sabatini, pubblicato dalla Italo Svevo Edizioni devo fare un ringraziamento sentito e doveroso a Veronica Giuffrè, che online trovate come i calzini spaiati: è lei che mi hanno fatto scoprire questo testo.
Seguitela, perché parla di libri, di letteratura e del mondo editoriale con un garbo, una cortesia e una preparazione veramente rare.
Questo piccolo testo è secondo me il perfetto regalo per le persone che amano i libri, fin dalla sua dimensione materiale. In primo luogo è intonso, ovverosia non sono state ancora tagliate le piegature dei fogli, come si faceva una volta, e quindi per leggerlo bisogna piano piano con una lama tagliare foglio per foglio, gustandoselo lentamente. Inoltre in copertina c’è una splendida incisione di una pedalina, cioè di una antica macchina da stampa: illustrazione di gusto raffinatamente retrò che ben si accorda con questo libro.
Visto si stampi di Gabriele Sabatini racconta la nascita di otto romanzi di scrittori italiani che ora abbiamo un po’ dimenticato e della nascita della casa editrice Longanesi. Spazia così nella storia della cultura italiana degli ultimi cento anni, illustrando la genesi de La rivolta dei santi maledetti di Curzio Malaparte, Cronache di poveri amanti di Vasco Pratolini, Il piatto piange di Piero Chiara, Tempo di uccidere di Ennio Flaiano, Il vecchio con gli stivali di Vitaliano Brancati, Il sergente nella neve di Mario Rigoni Stern, Il cielo è rosso di Giuseppe Berto, La ragazza di Bube di Carlo Cassola, e infine della Longanesi.
Uno dei motivi importanti per regalarlo e per leggerlo è riportarci alla mente testi importanti di autori importanti che ora sono un po’ caduti nel dimenticatoio. Pensiamo a Piero Chiara: in tanti oggi leggono Andrea Vitali, di cui proprio il quasi dimenticato Piero Chiara è stato l’antesignano, raccontando storie di provincia sul Lago Maggiore di borghesi ricchi e oziosi che passano il tempo tra la casa chiusa e la casa da gioco. Quei bozzetti incentrati su vizi e virtù della media borghesia italiana erano raccontati da Chiara negli Anni Sessanta per evidenziare come una generazione inerte ed oziosa negli anni del Fascismo non aveva fatto niente se non sperperare il tempo tra giochi, svaghi e una completa apatia morale e politica.

Sulla copertina c’è il racconto della nascita di Tempo di uccidere, unico romanzo di Ennio Flaiano, uno dei giornalisti più brillanti della storia italiana: penna velenosa ed arguta, sceneggiatore con Fellini de La dolce vita, i suoi articoli di costume, i suoi aforismi e sono pubblicati da Adelphi.

Passeggiavamo cortesemente, una sera di dicembre, quando si fermò e mi disse: «Mi scrive un romanzo per i primi di marzo?» Io scoppiai a ridere, ma lui diceva sul serio.
[…] Quando ebbi detto (per dire qualcosa) come vedeva un romanzo, una storia assolutamente fantastica, tanto fantastica che non la immaginavo in italia ma in Africa, nell’Africa di Erodoto e Solino, Longanesi disse «Se comincia subito la do un’anticipo.»

Visto si stampi di Gabriele Sabatini ricostruisce in maniera precisa e puntuale la nascita di questi libri ma anche ricrea un quadro vivido e reale di un mondo culturale pieno di fermenti, di invidie e di preconcetti ideologici che oggi non esistono più.

Già, lo Strega. Quella del 1947 è la prima edizione e Tempo di uccidere si impone superando largamente gli altri concorrenti. Alberto Moravia ritirò il suo La romana prima delle votazioni finali: «Donna che è savia non vota Moravia» recitava uno dei molti cartelli elettorali affissi a casa Bellonci. Oppure ancora, nella cronaca di Paolo Monelli: «Chi ha sofferto nel ventennio darà il voto solo a Ennio»; «Riempi il bicchiere che è vòto, vòta il bicchiere è pieno, ma non votare per Longanesi, che è pieno di veleno»

Ogni storia raccontata in Visto si stampi di Gabriele Sabatini merita di essere letta e raccontata.
Mi soffermo su quella legata alla pubblicazione di Viva Caporetto ovvero la rivolta dei santi maledetti di Curzio Malaparte, uno dei più grandi giornalisti della letteratura italiana nella prima metà del XX secolo. Nella sua visione Caporetto è una sorta di rivolta degli umili, dei poveri, dei soldati mandati al macello in trincea contro

L’Italia dei codini, dei bigotti, degli sbirri, dei ladri, degli Alti Comandi (e per Alti comandi non intendo solo quelli militari), di tutti coloro che disprezzano il popolo italiano, lo sfruttano, l’opprimono, lo umiliano, lo ingannano, lo tradiscono

Questa sorta di libro antimilitarista “che celebra una sconfitta come se fosse l’esplosione del pacifismo dei soldati semplici” esce nel 1921 a da subito non ha vita facile: mentre prendono il potere i fascisti gli rimproverano questo libro, questo atto d’accusa, questa sorta di manifesto disfattista, e Sabatini recupera un aneddoto e una definizione splendida che Malaparte affibbia ai giovani fascisti del 1921:

Mi reco al Fascio a protestare, e quei monopolizzatori diciottenni del patriottismo mi rispondono per bocca del loro segretario, l’ex colonnello effettivo Vallesi (si figuri che mentalità!): «Non è niente, questo! Un giorno o l’altro toglieremo di mezzo anche lei!»

Curiosamente Malaparte sarà in seguito fascista antemarcia (Marcia su Roma che esalta in Tecnica del Colpo di Stato), poi mandato al confinio, antifascista, resistente, comunista, e maoista. Una grande penna, perchè nessuno  come lui ha descritto la Seconda Guerra Mondiale in Kaputt e La pelle, e un personaggio esplosivo nel mondo letterario italiano, ma la coerenza non era una delle sue virtù.
Sulla nascita della Longanesi merita citare anche solo la vicende legata a Il cielo è rosso di Giuseppe Berto: il titolo scelto dall’autore era un altro, con meno mordente. A Longanesi, uomo geniale e di fiuto, però non piace: ne approva uno migliore senza però nemmeno dirlo a Berto, che lo scopre solo quando il libro arriva in libreria. 
Tre motivi per leggere Visto si stampi di Gabriele Sabatini?
Prima di tutto perché ci fa riscoprire autori che abbiamo un po’ dimenticato.
In secondo luogo perché ricrea benissimo il clima culturale italiano, un clima di fermenti e di litigi, dove si discuteva e si dibatteva in una maniera che oggi ci sembra quasi assurda, anche perché oggi (per fortuna) non ci sono più i critici militanti di una volta. Critici ed intellettuali col ditino alzato, per dirla alla Malaparte, che non vanno oltre i paraocchi della propria visione ideologica: in merito è ad esempio molto interessante leggere il capitolo su Cassola e La ragazza di Bube. 
Infine, godere anche dal punto di vista tattile e sensoriale di un bel libro in una forma fisica raffinatissima.

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