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I tempi nuovi di Alessandro Robecchi

I tempi nuovi di Alessandro Robecchi, pubblicato da Sellerio, é la conferma che la saga milanese che ha per protagonisti Carlo Monterossi, Taricisio Ghezzi e Oscar Falcone “gioca nella Serie A” del variegato panorama giallistico italiano.

Questo perchè sa innestare nella narrativa di genere una solida vena etica, propria della letteratura civile.

La storia naturalmente si basa su un caso che va risolto, anzi, in realtà tre, che viaggiano paralleli, per così dire, andandosi vanno a sfiorare.
Uno è quello di un bravo, serio e un po’ sgobbone ragazzo di 23 anni, studente di ingegneria al Politecnico, che viene trovato ucciso in un brutto modo ai bordi della città. Poi c’è una Gloria, donna bella, affascinante e molto misteriosa a cui è sparito il marito, quieto professore di sociologia. Infine c’è la vicenda di Margherita, una ragazza di 14 anni al centro di un caso di cyberbullismo.
Questi tre casi diversi procedono ognuno lungo propri binari fin verso il finale. Ad una trentina di pagine dalla fine però Robecchi ci lascia a bocca aperta, e fa la mossa Kansas City.
Per chi non avesse visto Slevin, inserisco qui sotto la scena

Ecco, sul finale de I tempi nuovi l’unica cosa che possiamo pensare è: “Accidenti Robecchi, sei un genio!” perchè con un vero colpo da maestro assistiamo a un ribaltamento che spiazza noi lettori, ma al contempo ci lascia senza parole per l’ammirazione.
Sulla parte giallistica de I tempi nuovi non voglio dire nient’altro, perché le tre storie vanno lette godendosi lo sviluppo, la caratterizzazione dei personaggi anche minori ed il perfetto incastro.

Sfondo, ma anche protagonista silenziosa e sempre presente è Milano, descritta in maniera vivida e precisa, quasi strada per strada.

Una Milano diversa da quella che viene rappresentata nei media, sicuramente più realistica, nelle sue poche luci e nelle sue moltissime zone d’ombra.

Conoscete questa città, vero? Beh, a me piace, mi piace quello che si vede, ancora più quello che non si vede. Milano galleggia su un mare sotterraneo di soldi, correnti, onde, flussi di soldi, milioni ogni giorno. Tutti i traffici sono qui, gli affari migliori, e chi non fa affari qui pensa che qui sia più facile farli, o pulire i guadagni… c’è tutto, c’è la prostituzione, poi c’è il gioco d’azzardo, le scommesse, la droga, ogni tipo di racket, la finanza, la politica, la corruzione… soldi, montagne di soldi.

Quando Alessandro Robecchi parla di Milano si dimostra il migliore erede del sommo Giorgio Scerbanenco, che in Traditori di tutti (1966) scriveva:

C’è qualcuno che non ha ancora capito che Milano è una grande città.
Non hanno ancora capito il cambio di dimensioni, qualcuno continua a parlare di Milano come se finisse a Porta Venezia o come se la gente non facesse altro che mangiare panettoni o pan meino. Se uno dice Marsiglia, Chicago, Parigi, quelle sì che sono metropoli, con tanti delinquenti dentro, ma Milano no, a qualche stupido non dà la sensazione della grande città, cercano ancora quello che chiamano il colore locale, la brasera, la pesa, e magari il gamba de legn.
Si dimenticano che una città vicina ai due milioni di abitanti ha un tono internazionale, non locale, in una città grande come Milano arrivano sporcaccioni da tutte le parti del mondo, e pazzi, e alcolizzati, drogati, o semplicemente disperati in cerca di soldi che si fanno affittare una rivoltella, rubano una macchina e saltano sul bancone di una banca gridando: Stendetevi tutti per terra, come hanno sentito che si deve fare.
Ci sono tanti vantaggi dall’ingrandimento della città, ma ci sono anche cambiamenti che fanno pensare. […] Noi abbiamo trovato per caso la Binaschina, ma quante ce ne saranno di basi come quella dentro i confini della provincia di Milano e anche fuori, ma sempre intorno a questa grossa torta così dolce che è Milano? E’ qui a Milano che ci sono i soldi ed è qui che vengono a prenderli, con ogni mezzo, anche col mitra.

In questo, nel descrivere l’odierna Milano (grande, tentacolare, piena di affari sporchi) il milanese Robecchi mette cura quanto amore.
In questo usuale palcoscenico si muovono i personaggi che abbiamo imparato a conoscere nei romanzi precedenti: Carlo Monterossi, Oscar Falcone, Tarcisio Ghezzi & signora, Carella.

Sono sbirri e uomini che camminano sul bordo della legge, consci di come tra teoria e pratica ci sia sempre una differenza, e che la vita e l’etica di ognuno di noi si basa proprio sulle scelte che compiamo.
Proprio partendo da questa riflessione I tempi nuovi di Alessandro Robecchi si aprono al genere della letteratura civile.

Sappiamo che in tutti i suoi romanzi c’è un’indagine seria e critica della nostra società.

In Torto marcio esplorava le periferie urbane e quello che una volta si sarebbe chiamato sotto-proletariato. In Follia maggiore il fulcro era la media-borghesia che non riesce più a tirare dignitosamente avanti in tempi di crisi economica.
I tempi nuovi è in un certo senso lo sviluppo consequenziale del discorso iniziato con Follia maggiore.

I parametri sono saltati, le regole, le casistiche. Tutto sballato.
Tu sai che io sto in periferia, vero? Non è più come prima, Ghezzi, prima lo sapevi chi erano i delinquenti e chi le brave persone. Poi non so com’è successo, si sono mischiati. Il confine è sottile, sai?
Ho beccato una signora di settant’anni che smazzava coca, mezzo chilo al mese. Sai cosa mi ha detto? Che in un mese così ci faceva due anni di pensione e che i nipoti studiavano grazie a lei, una si è pure sposata, mi ha fatto vedere le foto del matrimonio, quasi non ci credeva che la portavo via… cos’ho fatto di male? Ma se lo fanno tutti!…
Le brave persone a un certo punto capita che non ce la fanno più a fare alle persone, Ghezzi.

Ecco cosa sono questi tempi nuovi, quelli in cui si realizza la profezia di Corrado Alvaro: “La disperazione più grave che possa impadronirsi d’una società è il dubbio che vivere rettamente sia inutile.”
Ma questo dubbio, questa disperazione, si annida in tutti, anche in coloro che normalmente cercano di starne lontani. E allora nei tempi nuovi anche gli sbirri vacillano, e bisogna fare appello alla propria etica per non scegliere scorciatoie.

Servire e proteggere. Prendere i cattivi, difendere i cittadini bravi, quelli che rigano dritto. Per lui non è solo un lavoro, è una specie di dovere civile. […]
Per Tarcisio Ghezzi, sovrintendente polizia, beccare gli stronzi è una specie di ristabilimento dell’ordine della fila. Perché lui lo sa che tirare avanti con mille, duemila euro al mese è un eroismo della gente per bene, mentre quelli che spacciano, che mandano a battere ragazze e le picchiano come tamburi o che fanno qualunque altra schifezza, stanno semplicemente saltando la fila, prendendo una scorciatoia […]
Ma insomma, le cose erano chiare, loro di là, tu di qua, la barricata in mezzo, buoni contro cattivi. Ecco, riflettendo su Margherita e il suo bullo in moto, il Ghezzi era arrivato lì, ai tempi nuovi.
Tutto mischiato, brave persone che diventano delinquenti, occasioni che diventano tentazioni irresistibili. Una volta quel crinale tra guardie e banditi, tra bene e male era sottilissimo, una lama, ora è come un sentiero di montagna, largo abbastanza da passarci agevolmente, e lo percorreva anche gente normale, gente perbene, spinta fin lì dalla ingiustizia e dalla rabbia. Lo fanno tutti, girano un sacco di soldi, e sto fuori solo io? I tempi nuovi sono anche questo: si dicono in pubblico parole che una volta ci si vergognava a pensare in privato, il «perché no?» sostituisce il «perché no.» […]
Comunque alla ragazza pare di capire che lei non la sorveglia nè la protegge nessuno, e se lui non farà qualcosa la risolverà in un altro modo, cercherà qualcuno più bullo del suo bullo per farsi proteggere, risponderà all’ingiustizia con la rabbia, quindi con altre ingiustizie. I tempi nuovi, appunto.

I tempi nuovi di Alessandro Robecchi, pubblicato da Sellerio, è un grande libro perchè su trame investigative congegnate alla perfezione inserisce una critica della società contemporanea. Ed è quello che per usare un termine alto e pomposo possiamo chiamare letteratura civile.
Questo però è presentato non in maniera moralistica o pesante, non da uomo che sale sul pulpito a farci la morale. Infatti ci mostra che ci sono i buoni, ci sono i cattivi, ci sono quelli che vogliono andare oltre le leggi, quelli che le rispettano e poi quelli in mezzo.
Quelli che, anche se non rispettano le leggi, ne sono coscienti, e quelli che con umiltà si chiedono “ma io al loro posto cosa farei?”

Tre motivi per leggere I tempi nuovi di Alessandro Robecchi pubblicato da Sellerio?

Perché è un grandissimo giallo con un colpo di scena finale che ribalta tutta la prospettiva e ti lascia ammutolito: Robecchi si conferma un grande giallista.
In secondo luogo perché la Milano di Robecchi è descritta così bene che arriva ad essere in una certa maniera la città in cui viviamo. Le sue stradine, i suoi locali più o meno belli, le villette di periferia ed i capannoni possono essere un palcoscenico in cui tutti noi in qualche maniera ci possiamo riconoscere.

Infine perchè all’interno di una cornice di genere troviamo una letteratura civile, un testo che ci pone davanti alla nostra coscienza, al nostro modo di essere, a questi presunti tempi nuovi che stiamo vivendo.

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