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L’inconfondibile tristezza della torta al limone di Aimee Bender

Per parlare de L’inconfondibile tristezza della torta al limone di Aimee Bender, pubblicato da minimum fax, bisogna partire dalla grandissima verità che ci ricorda che i libri buoni non invecchiano.

Noi, noi librai soprattutto, subissati dalla pioggia di nuovi arrivi ogni tanto magari tendiamo a dimenticarlo: eppure, se un libro è valido, resta tale anche dopo molti anni.

Questa estate ad agosto, in quello che è un mese intero senza libri nuovi, ho finalmente letto un romanzo uscito per Einaudi nel 2009: Il potere del cane di Don Winslow. Martino, il direttore editoriale di CasaSirio, aveva insistito moltissimo perché lo leggessi: aveva ragione, è un così grande romanzo che in un mese circa mi sono anche letto i due volumi del seguito, circa duemila pagine di grandissima scrittura.
L’inconfondibile tristezza della torta al limone di Aimee Bender è stato pubblicato da minimum fax nel 2011, otto anni fa, e resta ancora adesso un libro molto bello che nel suo essere fantastico mi ha fatto pensare ad un saggio, sempre di minimum fax, letto poco tempo fa: The Weird and the Eerie – Lo strano e l’inquietante nel mondo contemporaneo di Mark Fisher. Come recita la seconda di copertina:

Solo approssimativamente, infatti, il weird può essere reso con «strano» e l’eerie con «inquietante». Fisher segue e spiega queste categorie attraverso le arti e le epoche: il weird si rivela così nei racconti di H.P. Lovecraft, nelle canzoni dei Fall, nei romanzi di Philip Dick e nei film di David Lynch, mentre l’eerie si manifesta nell’opera di scrittori, musicisti e registi come Margaret Atwood, Brian Eno, Stanley Kubrick e Christopher Nolan.

La trama de L’inconfondibile tristezza della torta al limone di Aimee Bender sarebbe secondo me potuta piacere a Buzzati o a García Márquez, giusto per fare due nomi famosi.

La protagonista al momento di compiere nove anni si rende conto che mangiando qualcosa non solo può sentire il gusto del cibo, ma anche i sentimenti e gli stati d’animo della persona che lo ha preparato. Pensateci: vi prendete un arancia, vi fate una spremuta e sentite l’ansia del contadino che l’ha raccolta perchè ha problemi di alcolismo in famiglia e per la figliola un po’ disgraziata che non riesce ad arrivare alla fine del mese. Oppure mangiate un biscotto in pasticceria e ci sentite un sentimento di fretta, una fretta tale avete sensazione di dovere mangiare velocemente il biscotto oppure sarà lui a mangiare voi: la pasticcera che lo aveva infornato è sempre in ritardo e ha trasfuso la sua fretta nel cibo.

La storia inizia quando Rosie compie nove anni e mangia una fetta di torta al limone che gli ha preparato la mamma: Lane è una donna brillante ed estrosa simpatica, magari un po’ velleitaria su certe cose, ma in ogni caso una figura estremamente luminosa.

Come regalo decide di fare assieme a Rosie una torta al limone, che la bambina assaggia prima di cena:

mi sentii dentro un impercettibile mutamento, una reazione inaspettata. Come se un sensore, fino ad allora sepolto in profondità dentro di me, allargasse il suo raggio d’azione e cominciasse a scrutare tutt’attorno, allertando la mia bocca a qualcosa di nuovo. Perché la bontà degli ingredienti – la cioccolata sopraffina, i limoni freschissimi – sembrava una coltre sopra qualcosa di più grande e di più oscuro, e il sapore di quello che c’era sotto cominciava ad affiorare nel boccone. Certo, riuscivo ad assaporare la cioccolata, ma a folate e di traccia in traccia, in un dispiegarsi o in un aprirsi, sembrava che la mia bocca si stesse anche riempiendo con il sapore della piccolezza, la sensazione del rattrappirsi, dell’inquietudine, assaporando una distanza che non so come sapevo collegata a mia madre, come se sentissi un sapore pregno dei suoi pensieri, una spirale, come se quasi potessi provare il sapore della tensione della sua mascella che le aveva provocato il mal di testa, il che significava che aveva dovuto prendere un certo numero di aspirine, una riga punteggiata di aspirine messe in fila sul comodino, come puntini di sospensione dopo la sua frase: vado a buttarmi sul letto per un po’…
Non che il sapore fosse cattivo, non proprio, ma c’era una specie di mancanza di completezza nei diversi gusti che gli dava un’impressione di vuoto, proprio come se il limone e la cioccolata racchiudessero una cavità. Le abili mani di mia madre avevano fatto il dolce, e la sua mente era stata in grado di equilibrare gli ingredienti, ma lei lì dentro non c’era.

Da questo momento la sua vita cambia.

L’inconfondibile tristezza della torta al limone di Aimee Bender segue la vita di Rosie dalle elementari fin quando non diventa una giovane donna intorno a 25 anni. Come può vivere una ragazza quando ogni volta che mangia sa cosa prova la persona che ha cucinato?


In un primo momento prova a fare degli esperimenti: va in una pasticceria e il commesso le dà il suo panino per vedere cosa succede. Nel mangiarlo percepisce il panino che sta urlando “amami! amami!”, e infatti il panino è stato preparato dalla nuova fidanzata del commesso.
Naturalmente il rapporto con il cibo diventa ben presto problematico: Rosie non diventano anoressica ma beve tantissima acqua per sciacquarsi la bocca e preferisce i cibi industriali perché prodotti in maniera meccanica così da non sentire, ad esempio, l’ansia del contadino che ha munto la mucca.
Non è una storia allegra, anche se può sembrare: quello che avviene a Rosie è qualcosa di terribile, perché anche se lei non vuole conoscere l’interiorità e la sofferenza delle persone, tutto le si riversa addosso al primo morso senza che lei possa farci niente.

La narrazione in L’inconfondibile tristezza della torta al limone di Aimee Bender, pubblicato da minimum fax va piano piano ad allargarsi analizzando dal punto di vista di Rosie la sua famiglia, a prima vista normalissima.

Ha una madre gentile, solare e un po’ svagata, un padre uomo d’altri tempi che pensa al lavoro e sta sempre un passo indietro rispetto alla famiglia ed un fratello maggiore decisamente strano. All’apparenza Joseph sembra essere affetto da una qualche blanda sindrome di Asperger: è un mezzo genio scientifico che non riesce a sviluppare rapporti personali che fissa il mondo con uno sguardo così strano ed inquietante che a pranzo i genitori gli lasciano leggere libri così da non incrociare il suo sguardo. Eppure anche Joe ha un segreto come la sorella, e anzi, andando avanti scopriremo che tutti in famiglia nascondono qualcosa.
Non si può dire altro perché si perderebbe il gusto proprio del romanzo fantastico, quello di leggere per scoprire cosa si nasconde dietro a delle persone normali.

L’inconfondibile tristezza della torta al limone è, lo dice il titolo, una storia triste perché Rosie è triste.

A nove anni si rende conto di quanto la madre sia infelice, a dodici scopre tante altre cose e crescendo vive sempre peggio i sentimenti, altrui e propri, tantoché il suo primo fidanzatino la chiama “carrarmato” perché è dura e rigida. Naturale se si cerca di nascondersi alla vista altrui; naturale quando si è “invasi” dalla emotività degli altri; naturale quando hai una madre che è un po’ un problema, un padre che è un problema a sua volta, un fratello maggiore sempre più strano e distaccato dalla realtà che lo circonda.
È una storia triste ma molto, molto bella, un romanzo di formazione che segue quindi anni di vita: possiamo accompagnare Rosie alle crisi dell’adolescenze e dell’età adulta, di come scelga non fare l’università, di come capisca il padre ed il fratello, di come inizi a cercare di mangiare sempre in ristoranti diversi, e di come cerchi di fare pace col cibo.

Tre motivi per leggere L’inconfondibile tristezza della torta al limone di Aimee Bender, pubblicato da minimum fax?

Il primo perché la buona narrativa fantastica, cioè quella narrativa che partendo da qualcosa di non possibile va a raccontare come siamo con i nostri problemi, è abbastanza rara. Ma questo romanzo vi entra appieno.
In secondo luogo perché è un romanzo di formazione, la storia di una ragazza che ha un problema e in qualche maniera riesce a gestirlo. Il finale, quando trasforma probabilmente una maledizione in un dono, trasmette un senso di speranza, anche se non è particolarmente roseo.

Terzo motivo per leggerlo è che ogni tanto abbiamo bisogno anche di qualcosa di triste, non di angosciante, o forse semplicemente di melanconico.

È un romanzo triste, anche e nonostante ci siano dei molteplici temi positivi, come l’amore tra fratello e sorella, ma più in generale l’amore familiare che in qualche maniera resiste alle crisi e ai problemi stranissimi che hanno. Questa famiglia in un certo senso ce la fa, nonostante la figlia senta il sapore dei cibi, nonostante il padre abbia un buon motivo per vivere sempre un passo indietro gli altri, nonostante la madre soffra e poi trovi un modo per diminuire i suoi dolori, nonostante le vicende legate al fratello.

Eppure persiste una coltre consistente di tristezza, come lo zucchero a velo sopra una torta; eppure ogni tanto è necessario leggere qualcosa di triste, fa bene.

Penso ad esempio al romanzo breve Mio fratello di Daniel Pennac pubblicato l’anno scorso: questo testo, nato per elaborare il lutto, alterna parti divertenti a momenti profondamente struggenti e dolorosi, e anche questo fa parte della sua bellezza.
L’inconfondibile tristezza della torta al limone di Aimee Bender pubblicato da minimum fax è un libro che merita di essere letto, perchè i libri buoni non invecchiano.

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