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I giusti di Jan Brokken

Per parlare de I giusti di Jan Brokken edito da Iperborea devo esordire con una piccola confessione: trovo estremamente riposante e rilassante leggere saggistica.
Ecco allora che in un periodo come questo, complicato, pieno di brutte notizie e incertezze dove ancora non sappiamo quando la parte peggiore di questa epidemia di co-vid passerà, leggere questo reportage storico mi ha fatto veramente bene. Si tratta di una storia a lieto fine, ma non è una favola.
I molti protagonisti hanno cognomi impronunciabili e -anche quelli più positivi- sono sfaccettati: le loro azioni aprono alla speranza ma restituiscono anche una immagine della realtà per come realmente è.

Nelle vite di questi uomini giusti ci sono incertezze, dubbi e errori, perché racconta della parte migliore dell’umanità senza santificarla.

I Giusti del titolo fa riferimento ai “Giusti tra le nazioni” secondo la definizione dello Yad Vashem: sono coloro che durante la Seconda Guerra Mondiale si sono prodigati per salvare gli ebrei.
I giusti di Jan Brokken edito da Iperborea è un reportage storico che se fosse un romanzo sarebbe un brutto romanzo perché succedono tante, troppe cose incredibili.
All’ipotetico autore diremmo: hai messo troppa carne al fuoco, hai voluto strafare.
Invece è tutto vero.
Partiamo allora a parlare dei molti protagonisti e comprimari, che hanno cognomi impronunciabili: ma questo perché ci sono russi, georgiani, lettoni, lituani, olandesi, polacchi e un giapponese. Questi, Chiune Sugihara, aveva un cognome così complicato per i lituani che addirittura a un certo punto iniziò a farsi chiamare Sempo per facilità.

L’uomo che è più al centro della narrazione in questo reportage è Jan Zwartendijk, direttore della filiale lituana della Philips e console onorario a Kaunas: I giusti di Jan Brokken sceglie di seguire la sua vita e quella della sua famiglia.

Si tratta di è un funzionario di medio livello che più o meno per caso diventa console onorario del Regno dei Paesi Bassi in Lituania durante la Seconda Guerra Mondiale. I nazisti hanno appena invaso la Polonia e tutti sanno che tra poco i sovietici faranno lo stesso con la Lituania, che è piena di ebrei perché ci sono delle ottime scuole rabbiniche e prestigiosi centri di studi talmudici.
Nel 1940 la Lituania ospita quindi, oltre alla comunità ebraica locale, anche ebrei da altre parti d’Europa (tra cui olandesi) e intanto stanno arrivando a frotte, spaventati e in cerca di salvezza, gli ebrei polacchi.

Qui entrano in azione i Giusti: il console onorario dei Paesi Bassi Zwartendijk e il console giapponese Sughiara decidono di provare a salvarli in qualche maniera.

L’escamotage che adottano è quasi una bufala, ideata dal console olandese a Riga De Decker quando i primi ebrei chiedono un visto per le colonie olandesi nel sud-est asiatico.

De Decker rispose a giro di posta che era costretto respingere la sua richiesta di un visto per Giava o Sumatra.
Peppy gli scrisse il nuovo chiedendogli se esistesse un altro modo per aiutare la sua famiglia, visto che si trattava di cittadini olandesi.
L’inviato rispose che le Antille olandesi, «tra cui Curaçao e Suriname», erano destinazioni che non richiedevano un visto. E in realtà sbagliò nel considerare il Suriname parte delle Antille olandesi (che nel 1940 consistevano nelle isole Curaçao, Aruba, Bonaire, Saba, Sint Eustatius nonché nella metà di Saint-Martin). Poi spiegò che il governatore di Curaçao aveva facoltà di concedere un permesso di soggiorno a tempo indeterminato a chiunque arrivasse per nave sull’isola, e nemmeno questo era vero […]
De Decker stava mentendo per dare un minimo di speranza i profughi ebrei. Forse pensava: se riescono ad andarsene dall’Europa avranno almeno una possibilità di sopravvivere.
Peppy gli rispose subito chiedendogli se poteva annotare ufficialmente quella eccezione relativa al visto per Curaçao e il Suriname sul suo passaporto polacco ancora valido. Pregandolo di non menzionare la necessità di ottenere un permesso di soggiorno dal governatore di Curaçao. Non gli chiedeva di mentire, ma solo di omettere un dettaglio importante. perché, scrisse, «in realtà non abbiamo nessuna intenzione di andare a Curaçao o in Suriname».

Per capire la genialità, ma anche l’incredibilità di questa idea, aiuta avere un planisfero sottomano.

Gli ebrei che vogliono scappare si trovano nei Paesi Baltici: dire loro che possono provare ad arrivare nelle Antille Olandesi, che stanno sotto Cuba, è invitarli a fare un viaggio che mi ha fatto pensare a “il giro del mondo in 80 giorni”.

Gli ebrei dovranno uscire dalla Lituania, attraversare tutta la Russia, arrivare a Vladivostok, prendere un battello per il Giappone, percorrerlo e da lì imbarcarsi per Giava, Australia o Filippine, e da lì prendere un’altra nave per Suriname o Curaçao.
Lo confesso: se questa fosse la trama di un romanzo, direi all’autore che è una trovata non credibile.
Invece ne I giusti di Jan Brokken edito da Iperborea è tutto vero, ed è esattamente quello che è successo perché i consoli olandese e giapponese firmano i passaporti, pur sapendo che annotare sui loro documenti quella presunta eccezione era una scappatoia con poche basi giuridiche.

E firmano migliaia di passaporti, e mano a mano che la voce si diffonde si ingrossa la coda davanti alle loro porte, si crea una coda che dura 40 ore per avere scritte sul visto poche righe che attestano che non servono altri documenti per arrivare a Curaçao.
Intanto i sovietici invadono la Lituania, e la situazione si fa sempre più pericolosa. Se i nazisti uccidono gli ebrei perché sono ebrei, i comunisti lo fanno se sono rabbini, oppure socialdemocratici (quindi di sinistra, ma non la sinistra comunista).

La comunità ebraica ha paura ma ha capito che lì a Kaunas solo Zwartendijk e Sugihara possono, con un escamotage, offrire una chance di salvezza.

Ed ecco, il colpo di scena, o meglio, il deus ex machina che rende possibile tutto: i sovietici decidono che li possono far arrivare in Giappone purché paghino 400 dollari americani; la valuta forte piace a tutti, anche agli stalinisti. 
Inizia il viaggio di queste migliaia di ebrei sulla Transiberiana fino a Vladivostock e poi in Giappone dove… sorpresa! C’è una forte comunità ebraica a Kobe.
Troppe coincidenze fortuite che in romanzo non starebbero bene… ma è tutto vero.
Brokken ricostruisce poi la scena, leggermente differente a seconda delle fonti che la riportano, che è un bell’esempio di umorismo yiddish.
Accolti dignitosamente dalle autorità giapponesi, viene chiesto agli ebrei il motivo dell’odio da parte dei tedeschi: “Siamo bassi, con i capelli scuri e quindi non gli piacciamo”. Ovverosia come ottenere ulteriore rispetto e disponibilità da parte dei giapponesi in una sola battuta.

I giusti di Jan Brokken edito da Iperborea è una storia che si snoda per generazioni, perché Brokken rintraccia i figli, i nipoti e certe volte i pronipoti di coloro di cui racconta le gesta.

Quando rintraccia i figli di Zwartendijk passa con loro giorni, prima nelle loro case e poi organizzando un viaggio in Lituania, un pellegrinaggio sui quei luoghi della loro infanzia. Passeggiando così per le strade di Kaunas si sente raccontare di quella mattina in cui i ragazzi Zwartendijk girando l’angolo di una strada si trovarono davanti a un boschetto dove pendevano decine di impiccati: i sovietici avevano iniziato a distruggere la classe dirigente lituana.
Oppure di quando scoppia un pogrom ed i lituani radunano gli ebrei della città ed iniziano ad ucciderli tutti all’interno di un’autorimessa: c’è la foto del ragazzo biondo che materialmente li uccideva a colpi di vanga, ma Brokken non è riuscito a scoprire chi fosse.
Però ci sono anche storie belle quanto incredibili, come quella del console del governo polacco in esilio: cattolico, nobile, profondamente conservatore, farà di tutto per aiutare gli ebrei in fuga perché sono i suoi concittadini.

Ma quanti sono gli ebrei che questi Giusti hanno salvato?

Jan Brokken prova a “dare i numeri”, ma non è affatto semplice, e nel recuperare i dati esistenti per raggiungere una possibile verità si dimostra non solo un giornalista, ma anche uno storico scrupoloso.
Non esiste un documento chiaro ed univoco, una Lista di Schindler, giusto per citare il caso più celebre.
Questi consoli sapevano di agire in maniera non corretta, sia ai sensi del diritto internazionale che nei confronti del proprio governo, e quindi  cercarono in ogni modo di non lasciare dietro di sé documenti per così dire compromettente.
Ulteriore difficoltà sta nel fatto che allora i passaporti non erano personali, ma valevano per nuclei famigliari, quindi uno solo poteva fare partire anche quattro o cinque persone.
Nonostante questo Brokken arriva a quantificare in circa cinquemila gli ebrei salvati dai visti di passaggio partendo da un documento, fortuitamente salvato, che attesta come siano stati almeno 2.139 i passaporti firmati da Zwartendijk prima che i sovietici chiudessero il consolato dei Paesi Bassi ai primi di agosto.
Poi, in maniera ancora più illegale, Zwartendijk continua a firmare visti di passaggio per tutto agosto: almeno altri duecento.

Quelle poche migliaia di ebrei salvati dai Giusti, dopo ottant’anni, alla quarta generazione, sono diventati quasi centomila, perché hanno avuto molti figli, nipoti e pronipoti.

Davvero “chi salva una vita salva il mondo intero” come recita il Talmud!
È bellissima, e piena di speranza, la ricostruzione della fatica che doveva compiere il console giapponese Sugihara: su ognuno dei passaporti doveva, con un pennellino e rispettando le regole della calligrafia nipponica, vergare sei lunghe righe, e poi controfirmare. Un lavoro lungo e così meticoloso che ogni due ore circa la moglie gli massaggiava le mani per impedire i crampi bloccassero quella che, nei fatti, era una catena di montaggio.
Eppure, nonostante la fatica e la difficoltà oggettiva Sugihara continuò a firmare passaporti fin sulla banchina della stazione, il giorno in cui lui e la famiglia furono costretti dai sovietici a lasciare Kaunas.

È una storia bella e piena di speranza ma non agiografica: i personaggi sono uomini, non santini.

Brokken segue la vita di questi Giusti anche nel dopoguerra: Sugihara e Zwartendijk, ma anche il console olandese che in Norvegia cercava di fare arrivare gli ebrei in Gran Bretagna, non sono stati onorati o premiati.
Questo è chiaro, dal momento che non ne abbiamo mai sentito prima i nomi.
Non vi dico il motivo, nè come questo influisca e in che modo sulle loro vite e sul loro animo, ma proprio per questo questi Giusti si dimostrano pienamente umani e Brokken in questo reportage storico racconta alla perfezione anche le profondità e le complessità dello spirito umano.
I giusti di Jan Brokken edito da Iperborea (che concorre al Premio Tribùk dei Librai 2020) è stata la lettura che, in questo periodo di incertezze e di cupezza, mi ha fatto bene, mi ha rallegrato, mi ha messo voglia di scoprire di più sui Paesi Baltici (se le avrete anche voi poi leggetevi Anime baltiche, sempre suo).

È un bellissimo ritratto di persone reali che hanno fatto la cosa giusta perché si sentivano di farla: un grande messaggio di speranza.

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