Canaglia di Itamar Orlev

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Canaglia di Itamar Orlev pubblicato da Giuntina è un romanzo sull’orrore, il degrado, l’abbruttimento della persona e su come tutto ciò possa influire, essere sconfitto o sconfiggere i sentimenti filiali.
Si tratta di una storia di famiglia terribile, perché la “canaglia” del titolo è il padre del protagonista: un uomo volgare, violento e traditore che picchia la moglie, picchia i figli, picchia gli amici, ruba, truffa, beve; non gioca d’azzardo solo perché i soldi che guadagna se li beve tutti in vodka.

Stefan è un uomo volgare e gretto, una persona francamente disgustosa.

Ho iniziato ad avere dei sentimenti quasi positivi nei suoi confronti – non dico empatizzare – intorno a pagina 280, ma soltanto perché è oramai un vecchio debole e fragile. Nonostante l’età, in ogni caso, continua a essere una canaglia, un uomo orribile.
Probabilmente il titolo originale è, traducendo dall’ebraico, bandito, nel senso figurato di malfattore: Stefan ripete spesso che ha cresciuto dei figli banditi perché la vita è cattiva e allora bisogna essere più cattivi di lei.

Questo perfetto padre di famiglia è il padre di Tadek, che a sette anni pensa al suicidio perché non ce la fa più a vivere nell’ambiente degradato, volgare e violento della Polonia del dopoguerra.

Canaglia di Itamar Orlev pubblicato da Giuntina inizia in Israele nel 1988. Nel 1964 la madre di Tadek è fuggita in Israele (lei è ebrea, e Stefan era anche antisemita) per tenere lontani i figli da questo ambiente che definire degradato, violento e terribile è riduttivo.
Tadek, il figlio, si rende conto che il padre che non sente da 24 anni è vecchio e forse sta morendo, e gli viene il desiderio di sapere che fine ha fatto. Decide di andare in Polonia ora che stanno riaprendo le frontiere: il blocco comunista sta lentamente implodendo, anche se in polonia c’è ancora la dittatura di Jaruzelski.
Quando ne parla in famiglia, il fratello Robert è molto netto: il fratello maggiore non capisce perché

«Tu vai a trovare quel bastardo. Guarda come siamo ridotti. Io sono a pezzi, Ola è depressa, Anka ha ancora paura della propria ombra e tu… Dio solo sa cosa ti passa per la testa: andare a trovare l’uomo che ha portato al mondo dei figli solo per mandare a puttane le loro vite […]»
Ci salutammo. Gli promisi di raccontargli del viaggio al mio ritorno e lui mi informò di non essere interessato: papà, per quanto lo riguardava, era morto da tempo.

Il viaggio nella terra natale servirà a Tadek per rendersi conto di cos’era realmente suo padre.

Non dico che arriverà a giustificarlo però arriverà un po’ comprenderlo, una volta che ne conoscerà tutta la storia.

Stefan è nato nella povertà più terribile della Polonia prima della Seconda Guerra Mondiale (certe cose mi hanno ricordato Il re di Varsavia pubblicato da Sellerio), è stato partigiano durante la guerra e, catturato dai nazisti, finito in un campo di concentramento, dove porterà il triangolo rosso dei prigionieri politici.
Dopo essere stato seviziato dai nazisti e salvatosi con una fuga rocambolesca, ha vissuto sotto la dittatura comunista sovietica -e nemmeno era comunista- in una realtà di miseria e degrado.

I bambini a cinque anni andavano rubare bottiglie da rivendere per fare qualche centesimo e l’alcolismo era una piaga diffusa ed invasiva.

Questo però Tadek lo scopre solo quando finalmente incontra di nuovo il padre, nel 1988.
Adesso è un uomo, uno scrittore fallito in piena crisi, appena lasciato dalla moglie, che ha portato con sè il proprio figlio. Anche questo lo spinge a indagare il rapporto tra padre e figlio che ha alle spalle.
E per farlo vuole che sia proprio l’orribile padre, oramai anziano e debole ma sempre bandito e sempre alcolizzato, a raccontare e raccontarsi.

Dimmi chi eri, dimmi cosa sei stato, dimmi cosa hai fatto, dimmi cosa hai vissuto.

Fammi capire perché sei stato così, perché picchiavi la mamma e noi, perchè scomparivi, perchè ci hai lasciato andare.

«Cosa vuoi da me?»
«Sapere. Voglio sapere, tutto qua»
«E io non voglio raccontare. Va bene? Non voglio raccontare. Mi è permesso non raccontare se non ho voglia di raccontare?»
«Mi spiace»
«E non dispiacerti. Sapere, vuole sapere lui. non c’è bisogno di sapere tutto, ma lui vuole sapere. Non capisci che ci sono cose che non potrai mai sapere? A che ti serve sapere che c’era un puzzo rivoltante, là sotto? Adesso pensi di sapere? Il puzzo era nauseabondo, d’accordo? Sei contento adesso? Ma va bene, eccoti accontentato: abbiamo strisciato nel buio più totale. Stavamo per annegare, non sapevamo se saremmo mai usciti di lì. I gomiti e le ginocchia si sono scorticate, sono rimaste solo le ossa. Ecco cosa è successo. Ma non puoi saperlo davvero, cosa è successo. Non puoi sapere cosa vuol dire rimanere incastrato perché hai le spalle troppo larghe mentre il tuo corpo blocco il flusso dell’acqua e questa comincia a salire fino ad affogarti. Stavo per lasciarci la pelle, laggiù»

Questa è stata la sua fuga, ma tutte le sue gesta da partigiano sono ben poco nobili, ma violenti, degradate, turpi.

Stefan non vorrebbe raccontare quello che ha vissuto perchè in parte si vergogna.

Ha ucciso, e non in maniera eroica e, come dice, quando si uccide un uomo, anche se il peggiore del mondo, in quel momento ne vedi l’umanità che si ripresenterà davanti agli occhi per tutta la vita.
Si vergogna ma a momenti: in altri momenti invece rivendica con orgoglio la sua violenza passata, perchè la sua filosofia è quella che la vita è cattiva e tu devi essere più cattivo di lei.
Tadek, cresciuto fino a dodici anni in questo ambiente degradato e poi in Israele e cioè in uno stato francamente più civile della Polonia di quegli anni, è diviso. Non sa se odiare il padre come ha sempre fatto o amarlo in virtù di pochi ricordi buoni.

Scoprirne il passato lo confonde ulteriormente: non sa più se sta odiando il padre che amava o se inizia ad amare il padre che odia.

Canaglia di Itamar Orlev pubblicato da Giuntina prosegue con un viaggio: Stefan convince il figlio a portarlo fino alla siua casa natale perchè nel cimitero del villaggio vuole essere sepolto.
Tadek incontrerà una zia alcolizzata che, ella stessa lo dice, non ha più un cuore ma solo una pompa che pompa vodka nel suo corpo. Un’altra zia, la sorella di Stefan, lo rivede dopo vent’anni e prova fastidio e disprezzo: la violenza e il degrado hanno distrutto anche i rapporti familiari della generazione precedente.

Ma la madre di Tadek è stata la prima a dirgli che se non fosse fuggita in Israele Stefan avrebbe distrutto tutti loro.

Canaglia di Itamar Orlev pubblicato da Giuntina è un libro bellissimo con per protagonista un uomo di una volgarità estrema. Stefan è un uomo gretto e volgare – non smetterò di ripeterlo – eppure c’è qualcosa di ipnotico nei suoi grevi e rozzi racconti.

Il viaggio è complesso perchè la Polonia del 1988 è uno stato in rovina: non ci sono nemmeno i fiammiferi perché i russi (“quei bastardi” come dicono tutti) hanno requisito il legname e quindi nessuno sa come accendersi le sigarette. Il viaggio in treno è una odissea anche perchè lo Stato finge di pagare i ferrovieri e allora i ferrovieri fingono di lavorare, e così impiegano in tre giorni per un viaggio che necessiterebbe cinque ore.

Nelle stazioni, per non perdere i pochi treni che ci sono, il figlio si carica sulle spalle il padre, come Enea fece con Anchise. Questo è uno dei pochi momenti di buffa tenerezza del libro.

Tadek con le valigie che corre lungo i binari e che si porta sulle spalle il vecchio Stefan, questo vecchio terribile che con il bastone si fa largo e insulta ad alta voce, gloriandosi al contempo del vigore del figlio venuto dall’America. In realtà Tadek è venuto da Israele ma Stefan lo omette: essendo antisemita preferisce mettiere in secondo piano queste “cose di ebrei”.
Canaglia di Itamar Orlev pubblicato da Giuntina è anche un riscoprire un mondo vicinissimo a noi almeno cronologicamente ma agli antipodi per il nostro vivere civile, per la gestione dei rapporti umani.
Eppure è ugualmente una storia bellissima dove ci sono anche nei momenti di tenerezza, come quello che ispira la copertina.
Canaglia di Itamar Orlev pubblicato da Giuntina è un libro complesso, un libro che non fa sconti e che non semplifica la complessità dei rapporti familiari e il peso della Storia, sia quella personale che quella delle generazioni prima di noi.
Nel farlo però applica sempre una profonda empatia: verso il figlio, verso il padre, verso tutti coloro che in qualche maniera sono state vittime della Storia, della Società e delle sventure capitate loro.

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